L'eccesso inoperoso del piacere nella filosofia contemporanea
Ciò che insiste, in questo testo, è il tentativo di aprire uno spazio in cui emergano alcune delle questioni fondamentali riguardo al piacere. Più che un tentare, più che un tentativo, questa apertura rappresenta un lasciarsi tentare, una tentazione. La tentazione che qui ci viene offerta, è quella di una riflessione intorno al piacere e intorno a ciò che esso mette in gioco, ciò che esso sollecita, ciò che mette in discussione, ciò che mette in crisi. Questa apertura è anche una riflessione sulla natura dell’uomo: del resto, la tentazione stessa non smette di incalzare l’umana natura, di riguardare l’uomo nella sua fragilità, di toccarlo, di coinvolgerlo. L’uomo è animale razionale non più di quanto sia esposto alla tentazione. Il piacere concerne proprio questo principio espositivo, questa radicale, costitutiva esposizione. Esso è un’esperienza che non possiamo valutare: “è ciò di cui nulla riuscirà mai a rendere conto” : ogni valutazione, ogni criterio, ogni misura, rappresenta una chiusura nei confronti del piacere, perché il piacere è sempre eccessivo. Se valutassimo l’utilità, la convenienza, i rischi, se tentassimo un bilancio, saremmo in una logica produttiva (nel mondo del lavoro) che impedisce di fatto l’accesso al piacere, il quale, al contrario, rappresenta una cieca perdita, un movimento animale al di fuori di ogni logica della sopravvivenza e della convenienza. Che il piacere non sia valutabile significa anche che non lo si può mettere sul piano dei valori, in quanto esso non è una merce (che si possa scambiare o misurare), non è un oggetto, perché non lo si può possedere né tanto meno gestire. Il piacere non è una cosa.
Questo dato di fatto incalcolabile è un’esperienza non riconducibile a quel tipo di conoscenza che mette in gioco le categorie di soggetto e oggetto : se il piacere non è un oggetto, la sua esperienza non può in nessun modo derivare dalla conoscenza oggettiva, così come esso non può dar luogo ad una conoscenza propriamente detta. Del resto non è possibile provare piacere se non entrandovi, lasciandoci prendere, abbandonandoci ad esso (è quindi impossibile farne esperienza restandone fuori). Come dice Nancy, “la scienza del piacere è impossibile” , ed è impossibile non tanto (o non solo) perché il piacere è per essenza eccessivo (e quindi eccede ogni determinazione), è fuggevole, irrazionale, ma (anche) perché il metodo di ricerca adottato dalla scienza non può che mancarlo costitutivamente: il tentativo di appropriarsene, di afferrarlo, lo dissolve magicamente senza lasciarne traccia.
Il piacere sovverte l’autorità del soggetto su se stesso: abbandonarsi ad esso significa esserne presi, significa rinunciare al ruolo della volontà e dell’Io, che alimentano l’illusione di avere il controllo su noi stessi e sulla nostra vita, significa uscire dalla logica di dominio e di possesso, significa accettare che (per larga parte) non possiamo gestire ciò che siamo e ciò che ci accade, significa riconoscere la nostra impotenza, la nostra instabilità, la nostra fallibilità, la nostra debolezza, la nostra fragilità. Il piacere è quella apertura che lacera l’identità. È l’apertura di una ferita: l’abbandono che esso richiede apre al piacere quanto al dolore.
Il piacere è anche un modo di stare nel tempo, una temporalità, una dimensione temporale. Il problema del tempo è sempre un nodo difficile da dissipare, un enigma che merita di essere rivelato (più che svelato, giacché svelare un enigma è sempre svilire un enigma). Il piacere mette in gioco l’istante che si perde, si consuma, l’adesso che non consente rimandi, rinunce, trattenimenti, esitazioni. È l’istante che si contrappone al progetto salvifico, alla promessa (la promessa di riscossa, di riscuotere, di un riscatto, di un risarcimento): il qui e ora, contro la pesantezza delle nostalgie del passato e delle appropriazioni indebite del futuro.
Il piacere ha a che fare con la vita: c’è un’eccedenza costitutiva, un’esuberanza che ci impedisce di oggettivarla (malgrado il nostro tentativo di controllarla e normalizzarla). La vita tende all’eccesso, all’anarchia. Come il piacere, essa è un puro accadimento: succede, insiste, avviene. La vita è essenzialmente movimento, irrisarcibile perdita: tentare di afferrarla, di fissarla, è già tentare di negarla. Per questo, al di là di ciò che si propone esplicitamente, la logica immunitaria vorrebbe preservarci dalla vita stessa. Ogni vita infatti è, contemporaneamente, piacere e dovere, ossia caotica e irrefrenabile danza, e fonte di profitto: la società tenta di estirpare l’eccesso, l’elemento osceno, l’indecenza della vita per poterne fare un’efficace strumento di profitto, ossia perché essa non si perda, non si consumi. Ma in questo modo, con la scusa di dare dignità alla vita, e di proteggerla da se stessa, dal proprio scomporsi e consumarsi, il potere sacrifica la vita in nome della sopravvivenza.
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Informazioni tesi
Autore: | Cristian Bertoli |
Tipo: | Laurea I ciclo (triennale) |
Anno: | 2005-06 |
Università: | Università degli Studi di Verona |
Facoltà: | Lettere e Filosofia |
Corso: | Filosofia |
Relatore: | Gianluca Solla |
Lingua: | Italiano |
Num. pagine: | 59 |
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