Le crisi petrolifere e l'industria italiana
La prima crisi petrolifera avvenuta sul finire del 1973, prese tutti alla sprovvista, generando oltre a un esponenziale aumento del prezzo del petrolio, anche l’aumento dell’inflazione. Si rispose a questa crisi, sia in Italia che in quasi tutti i paesi Ocse e in Italia in particolare, con misure restrittive volte al contenimento dell’inflazione (diventata il principale nemico da abbattere), della spesa pubblica e con una restrizione dell’uso dei mezzi di trasporto privati. Queste misure in realtà fallirono nei loro intenti. L’inflazione in Italia, dopo essere stata controllota nel primo trimestre dalla crisi, continuò ad aumentare come di conseguenza i prezzi delle fonti energetiche. Non si capì che la crisi celava problemi più importanti di un semplice aumento del costo del petrolio e di un aumento dei prezzi. Lo sperpero delle risorse esauribili, l’inquinamento ambientale, l’aumento della popolazione, la produzione di alimenti e l’industrializzazione erano tutti problemi connessi alla crisi in un quadro generale più ampio. Purtroppo non vennero prese decisioni volte a sostenere uno sviluppo a lungo termine, ma si pensò all’immediato, continuando a consumare petrolio, e a implementare la ricerca sul nucleare. Le due fonti di energia regine del futuro. La crisi del 1979 fu una crisi piuttosto diversa invece. I suoi effetti furono infatti meno gravi ma più duraturi nel tempo. Vi fu, contrariamente alla prima crisi, un’inflessione dei prezzi dell’energia e il dollaro andò tendenzialmente in ribasso. In questa crisi i Paesi arabi avevano inoltre preso piena coscienza del potere che possedevano e di conseguenza stabilivano il prezzo del greggio indipendentemente. Nei Paesi industrializzati, la produzione di tipo fordista, stava lasciando il passo a un’organizzazione della produzione più tecnologizzata (con conseguente esubero di mano d’opera), meno onerosa economicamente per i capi d’industria. Il risultato fu che aumentarono i lavoratori autonomi, spesso specializzati, e diminuivano gli operai. Gli orientamenti economici in qualche misura assecondavano questi trend. Le privatizazzioni e le deregolamentazioni assunsero un ruolo fondamentale nell’America reaganiana e nella Gran Bretagna tatcheriana. Si passò dalle teorie keynesiane della “domanda”, a quelle neoliberiste dell’ “offerta”. Da qui vi fu un attacco spregiudicato al keinesismo, artefice secondo i neoliberisti di aver provocato la crisi che era in atto. Si inaugurò un’epoca in cui la Stato doveva intervenire il minimo sull’economia nazionale, limitandosi a poche ed essenziali funzioni di controllo e di mantenimento dello status quo.
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Informazioni tesi
Autore: | Giuseppe Medau |
Tipo: | Tesi di Laurea Magistrale |
Anno: | 2012-13 |
Università: | Università degli Studi di Roma La Sapienza |
Facoltà: | Lettere e Filosofia |
Corso: | Storia |
Relatore: | Leandra D'Antone |
Lingua: | Italiano |
Num. pagine: | 160 |
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