Fosco Maraini: raccontare Tibet, raccontare l'uomo
Battesimo in Tibet
Seguendo sia le pagine di Case, amori, universi sia quelle di Segreto Tibet ci troviamo con la carovana dopo alcuni giorni di cammino, a procedere da sud.
Arrivati al passo Natu, i viaggiatori trovano dei mucchi di pietre in mezzo ai quali sono collocati dei bastoni con delle bandiere, su cui sono impresse a xilografia delle preghiere buddiste .
Alcune mostrano evidenti i segni del tempo che è passato, altre sono invece più nuove. Secondo la fede buddista le bandiere, soprattutto quelle piccole, diffondono benedizione su tutta la zona circostante perché, grazie al movimento causato dal vento, possono “parlare” e diffondere nel vento le preghiere dei fedeli.
Al grido di “so ya-la so” i membri della carovana lanciano una pietra sul mucchio già esistente di pietre di ogni dimensione. Comincia a fare buio e c'è una fittissima nebbia, i massi e i mucchi di pietre sembrano sagome di misteriose persone ferme ad aspettare. Paljor dice che sembra di vedere dei ro-lang, letteralmente dei cadaveri ritti, e spiega a Maraini che se si muore colpiti da un fulmine, si diventa un ro-lang, un cadavere che andrebbe in giro per le montagne camminando dritto, con gli occhi chiusi senza poter voltarsi. Chi toccasse o fosse toccato da un ro-lang morirebbe o si ammalerebbe, unico modo per fermarli è lanciare loro una ciabatta.
Maraini alla fine di questa storia raccontata da Paljor scoppia a ridere, per lui la storia dei cadaveri ritti è solo suggestione e favola, tipico esempio della fantasia tibetana che ricorre spesso a ossa e crani, ma per Paljor invece è pura magia ed esorcismo e quest'ultimo rimane molto male di fronte all'irriverenza mostrata da Maraini.
Ciò che per i tibetani è tradizione, per l'autore toscano è un mondo primitivo e selvaggio, che non manca di fascino esotico. “Amare e studiare l’oriente non vuol dire rinnegare la nostra civiltà” ha spesso detto, quindi lancia la pietra sul mucchio anche se per lui il gesto non ha la stessa carica religiosa.
Talvolta seguirà delle usanze solo per sentirsi più immerso nel Tibet, per poter essere davvero e finalmente “battezzato tibetano!”. Riferendosi a questo episodio, Maraini dice che ogni religione che penetri profondamente fra gli uomini e le donne meno abituati a riflettere o a criticare, abbia per necessità degli aspetti più popolari, infatti fa l'esempio di come non si possa giudicare il cattolicesimo dalla preghiera che la donnetta rivolge a Sant'Antonio per ritrovare l'ago che ha smarrito, così, allo stesso modo, non si può neanche giudicare il “lamaismo” solo da queste credenze popolari.
Maraini si dimostra essere ancora un osservatore distaccato, occidentale nelle sue riflessioni. L'ingresso nel Tibet, per il momento, è stato solo fisico. La comprensione di questa civiltà con i suoi comportamenti arriverà per lui solo più tardi, quando comincerà davvero a sentire il Tibet non come un turista, osservatore distaccato, bensì da persona che vi ha vissuto e che ne ha conosciuto vari aspetti e persone.
Questo brano è tratto dalla tesi:
Fosco Maraini: raccontare Tibet, raccontare l'uomo
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Informazioni tesi
Autore: | Silvia Veglianti |
Tipo: | Laurea I ciclo (triennale) |
Anno: | 2009-10 |
Università: | Università degli Studi di Perugia |
Facoltà: | Lettere e Filosofia |
Corso: | Mediazione Linguistica Applicata |
Relatore: | Fabrizio Scrivano |
Lingua: | Italiano |
Num. pagine: | 52 |
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