Condividere storie. Il racconto auto-bio-grafico in contesti educativi
Secondo Karen Blixen, la domanda “chi sono io” sgorga prima o poi dal moto di ogni cuore e la sua risposta, come sanno tutti i narratori, sta nella regola classica di raccontare una storia, la propria storia”.
L’obiettivo di fondo che si pone la presente ricerca, quindi, è tentare di riscoprire e “riprendere possesso” della dimensione della narrazione - in particolare, quella orale nella vita quotidiana - come forma di comunicazione e di conoscenza di sé e del mondo, e quindi strumento di educazione.
Raccontare storie è quanto più ci caratterizza come esseri umani; è arte antica e risponde ad una necessità profonda: mettere in relazione empatica due o più individui. E se le parole e, in generale, gli strumenti non sono disponibili - pur tenendo presente che raccontare non è lo stesso che esprimere - sono i gesti, gli sguardi, i suoni a raccontare la paura, la sorpresa, il coraggio od altro ancora. Dare forma di storia all’esperienza vissuta ha sempre significato, non solo cercare di sfidare e vincere la caducità della propria esistenza, ma soprattutto comprendere il bisogno e il desiderio di dare ordine e senso a quanto accade, conservarne la memoria, creare un sentimento di appartenenza e di condivisione; si tratta di una forma di conoscenza che rende possibile provare ciò che vive un altro essere umano.
L’utilizzo del racconto autobiografico o, meglio, della propria “storia di vita” - in quanto questa dizione comprende sia ciò che “appartiene alla scrittura (auto-bio-grafia), sia alla narrazione orale di sé” - in ambiti educativi si rivela un’ulteriore e differente opportunità pedagogica e formativa, un vero e proprio metodo. Ma, questo è possibile solo se viene predisposto uno spazio per l’incontro e il racconto, in cui siano garantite determinate condizioni, idonee per la narrazione di sé.
Infatti, con il termine “contesto educativo” non si intende fare riferimento soltanto all’istituzione scolastica, bensì, senza alcuna esclusione, ad ogni ambito formale ed informale, tradizionale o nuovo, secondo un’ottica di policentrismo formativo.
Per la peculiarità pedagogica della situazione con e in cui si racconta di sé non saltuariamente, ma con regolarità, il racconto si fa dialogo fra chi ascolta con discrezione e attenzione, ponendo nuovi interrogativi, e il narratore stimolato ad esplorare dentro di sé, che giunge ad acquisire una maggiore capacità di analisi e coscienza/consapevolezza di sé, nonché ad essere protagonista di un processo e di un metodo non più affidati esclusivamente al trattamento clinico e terapeutico. Una possibilità offerta a chiunque: adolescenti, adulti, anziani, nelle loro differenze di genere, etniche, etc.. .
Dunque, con questo lavoro si è voluta compiere una ricerca “originale”, scoprendo qualcosa che altri non hanno ancora detto o, più correttamente, con ottica diversa. Collegamenti, raffronti e confronti inediti tra le fonti disponibili e comparazioni delle affermazioni dei vari autori che si sono occupati della tematica in esame, hanno permesso una operazione quasi di tipo “gestaltico”: una ristrutturazione delle informazioni a disposizione, in quanto non cambiano i dati o i fatti, ma la loro organizzazione; fornendo comunque risposte a problemi lasciati aperti da analisi precedenti. Anche perché, negli ultimi vent’anni circa, si è fatta strada l’idea di utilizzare l’autobiografia pure in ambiti diversi, come ad esempio, in un contesto di tipo educativo; idea, peraltro, che si è prodotta in una serie di esperienze pratiche.
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Informazioni tesi
Autore: | Daniela Frondiani |
Tipo: | Tesi di Laurea |
Anno: | 2002-03 |
Università: | Università degli Studi di Ferrara |
Facoltà: | Lettere e Filosofia |
Corso: | Scienze dell'Educazione |
Relatore: | Gabriella Rossetti |
Lingua: | Italiano |
Num. pagine: | 280 |
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