L'interpretazione costituzionalmente orientata nel giudizio di legittimità costituzionale in via incidentale
La Corte costituzionale, ai sensi dell’articolo 134 della Costituzione, “giudica sulle controversie relative alla legittimità costituzionale delle leggi e degli atti, aventi forza di legge, dello Stato e delle Regioni”.
La verifica di conformità non si riduce mai ad un confronto meccanico fra norma di legge e norma della Costituzione, i dubbi di costituzionalità investono il modo in cui i principi si concretano nelle singole discipline legali e nella loro applicazione.
La Corte, l’organo maieutico della Costituzione , non è del tutto esente dall’interpretare la disposizione ordinaria, ai fini dell’ eventuale espunzione dall’ordinamento della norma incostituzionale , così come l’interpretazione della Costituzione non è solo a suo carico: la disposizione infatti è già stata interpretata dal giudice remittente nella concretezza del giudizio principale e, dallo stesso giudice, è stata oggetto di una delibazione di non manifesta infondatezza.
Allo stesso modo non solo il giudice a quo interpreta la disposizione oggetto del sindacato: già nella sua terza decisione (sentenza 3/1956) la Corte delinea il modello delle sentenze interpretative ed afferma la necessità di esplicare la propria attività ermeneutica, oltre che sulle norme costituzionali, su quelle di rango primario sottoposte al vaglio di costituzionalità.Non sono quindi accettabili, a sommesso avviso di scrive, ricostruzioni teoriche volte all’imposizioni di limiti ermeneutici per la Corte o i giudici remittenti. Si è cercato di confutare tali ricostruzioni dottrinali con l’analisi dei rapporti fra Corte costituzionale e giudici a quibus attraverso le tipologie di decisioni che si sono succedute negli anni, analisi che trova una premessa necessaria in una digressione sul ruolo della Corte costituzionale nei lavori dell’Assemblea Costituente. La Corte infatti, giudica secondo un metodo ed un procedimento tipicamente giurisdizionale ma ha ad oggetto un atto tipicamente politico, la legge. In una prima fase storica la Corte costituzionale esprime le proprie valutazioni ermeneutiche solo attraverso strumenti decisori ben definiti (le sentenze interpretative), di conseguenza l’approfondimento sull’interpretazione conforme si concreta nell’analisi dell’efficacia di tali strumenti decisori e nel tentativo, senza dogmatismi, di definirne i confini.
La valorizzazione, da parte della Corte costituzionale, del diritto vivente e quindi della giurisprudenza consolidata, diventa, in una seconda fase, strumento per prevenire il sorgere di possibili conflitti ed evitare il loro protrarsi nel tempo.
Negli ultimi anni i rapporti sono improntati sempre di più al dialogo e sempre meno è possibile costruire modelli teorici di riferimento: il Giudice costituzionale sollecita, con forme diverse e fungibili, una presenza attiva dei giudici, non solo nella proposizione della questione ma soprattutto nella risoluzione di problemi (non vere e proprie questioni) di costituzionalità attraverso l’interpretazione adeguatrice.
L’analisi sulla giurisprudenza non può più essere limitata agli strumenti tipici ma è necessario analizzare l’intera produzione della Corte, alla ricerca di re-interpretazioni della disposizione impugnata sempre più implicite e meno segnalate. In dottrina si è parlato di “radicalizzazione della dottrina dell’interpretazione conforme a Costituzione” , in realtà, a sommesso parere di chi scrive, la radicalizzazione si può ipotizzare nei confronti dello strumento decisorio usato e non riguardo al principio, che la stessa Corte riconosce come “principio di supremazia costituzionale”. L’utilizzo sempre più frequente delle ordinanze interpretative di inammissibilità non permette di modulare in modo adeguato la censura nei confronti del giudice a quo: ordinanze mal formate e del tutto carenti in punto di interpretazione sono accomunate, nel dispositivo della pronuncia della Corte, a ordinanze in cui l’esercizio del potere ermeneutico è solamente erroneo o in cui la motivazione -pur presente- è inadeguata, ad esempio non tiene conto di tutti gli orientamenti giurisprudenziali esistenti. E’ necessario che la Corte affini lo strumento dell’inammissibilità oppure che ritorni ad utilizzare in maniera meno parca le sentenze interpretative tipiche, almeno per le questioni ermeneutiche particolarmente complesse, che il giudice a quo difficilmente può risolvere senza il suo intervento.Questo ai fini di un dialogo maggiormente strutturato con i giudici a quibus, evitando reazioni troppo severe a tentativi comunque apprezzabili e, in secondo luogo, per dare un segnale più forte alla generalità degli interpreti, catturare l’attenzione non solo del remittente “al fine di diffondere con maggiore incisività una ricostruzione della disciplina normativa considerata non solo corretta, ma soprattutto conforme al dettato costituzionale” .
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Informazioni tesi
Autore: | Eleonora Palma |
Tipo: | Tesi di Laurea |
Anno: | 2007-08 |
Università: | Libera Univ. Internaz. di Studi Soc. G.Carli-(LUISS) di Roma |
Facoltà: | Giurisprudenza |
Corso: | Giurisprudenza |
Relatore: | Gino Scaccia |
Lingua: | Italiano |
Num. pagine: | 208 |
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