CLIL a piccoli passi verso il bilinguismo. Dalla routine della scuola dell’infanzia alla matematica della scuola primaria
Cosa cambia col CLIL?
Con questa domanda s’intende chiedere se davvero sia utile iniziare con l’approccio di una nuova lingua i primi anni di vita del bambino, o sia più proficuo aspettare che egli abbia appreso la propria lingua madre, per non sovracaricarlo di input. Innanzi tutto occorre distinguere le due tipologie di apprendenti relative al bambino pre-scuola e al bambino.
Tra i primi sono contemplati i piccoli che frequentano la scuola dell’infanzia, o i primi due anni di scuola primaria.
Le caratteristiche in questa età sono:
• visione olistica, nessuna capacità analitica del linguaggio;
• bassa consapevolezza di sé stessi come apprendenti del linguaggio e dei suoi meccanismi;
• accennate capacità di lettura e scrittura anche nella lingua madre;
• possibile permanenza nella fase egocentrica, per cui i bambini hanno quindi una conoscenza limitata dell’altro e del mondo;
• utilizzo della fantasia, dell’immaginazione e amore per il movimento.
I secondi, invece, rappresentano gli apprendenti di livello scolastico, ben inseriti nell’ambiente scuola, e hanno le seguenti caratteristiche:
• crescente interesse per i processi linguistici, regole, strutture del linguaggio in un approccio astratto;
• maggiore consapevolezza di sé e dell’altro e dei diversi punti di vista;
• avviate capacità di lettura e scrittura;
• interesse per le questioni di vita reale.
Nel primo caso i bambini possono già apprendere due lingue se nascono in famiglie multietniche o in paesi border. Il loro processo di acquisizione inizia ben prima che il linguaggio sia sviluppato e il loro sarà un bilinguismo composito, anche se una lingua può essere dominante rispetto all’altra. Nel mio lavoro alla scuola dell’infanzia, ad esempio, ho incontrato Julia, figlia di madre italiana e padre americano, nata in Italia. Nel dialogare con lei ho notato che non ha mai risposto in inglese, ma era evidente che comprendesse perfettamente ciò che dicevo. Un caso diverso è stato Ledion, nato in Albania da genitori albanesi e traferitosi da piccolo in Italia con la famiglia.
La lingua madre è stata soppiantata dalla lingua di arrivo per ovvie necessità di sopravvivenza. In casa continua tuttora a parlare perfettamente albanese con i genitori. Youssef, al contrario, nato in Italia, da genitori arabi, era in una situazione più affine a Julia: italiano perfetto, con lieve inflessione araba. In casa i genitori hanno lavorato molto sull’aspetto socialità con il figlio. Sabrina, invece, come Youssef, nata in Italia da genitori arabi che non utilizzavano l’italiano per via della scarsa conoscenza dell’idioma da parte della madre, all’inizio della scuola dell’infanzia ebbe molti problemi di espressione, e anche di relazione.
Alla fine del secondo anno i problemi erano in pratica risolti, anche se il linguaggio della bambina manteneva ancora alcune lacune. In conclusione, anche tenendo conto delle ricerche fatte, non ci sarebbe una sostanziale differenza tra gli apprendimenti in età pre-scolastica e quelli in età più avanzata. I due livelli tenderebbero a pareggiarsi negli anni dell’adolescenza.LII Ciò che li differenzia sarebbe più la modalità di approccio: nella prima fascia d’età (come già accennato) olistico, più legato all’intuizione e più attento alla fonologia della seconda lingua.
Comme le suggérait déjà l’étude de Blondin et al. (1998), le principal avantage de l’apprentissage précoce des langues réside dans le développement de comportements positifs et d’une motivation plus forte.
Nei risultati della ricerca della Blondin e di altri emerge che un’età precoce di apprendimento della seconda lingua possa favorire i meccanismi di apprendimento naturale, aumentando la durata dell’apprendimento e fornendo un ambiente interculturale che può offrire un’influenza formativa benefica sul loro sviluppo cognitivo, sociale, culturale, acustico, linguistico, e di autostima, (anche se, come continua la Commissione Europea, nessun risultato è mai stato comprovato).
La stessa ricerca sottolinea come i ragazzi in età scolare abbiano strategie migliori e un più chiaro concetto dell’apprendimento di una seconda lingua: sono più analitici, hanno più attenzione al dettaglio. Anche la sperimentazione italiana sembra seguire questa linea che non vede differenza e punta più sulla formazione di alunni dei licei. Allora perché iniziare prima? La risposta è suggerita dal lavoro di J. Cummins, citato nel precedente capitolo: le soglie.
Se è vero che per padroneggiare una lingua di studio sono richieste CALP (Cognitive-Academic Language Proficency) ed è più complicato che accedere a quella quotidiana che attiva i BICS (Basic Interpersonal Communication Skills), una metodologia che affianchi l’alfabetizzazione in seconda lingua, non potrà che giovare al percorso del bambino in termini di sviluppo cognitivo, metacognitivo, e di produzione. Questa, dovrà passare dall’informale iniziale – ossia un linguaggio che sia il più vicino al vissuto del bambino, senza approccio strutturale – per arrivare al più formale, dove verranno elaborati anche registri più scolastici e scientifici; con i tempi necessari al bambino e senza infondere stress.
Questo brano è tratto dalla tesi:
CLIL a piccoli passi verso il bilinguismo. Dalla routine della scuola dell’infanzia alla matematica della scuola primaria
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Informazioni tesi
Autore: | Annalisa Ciuffardi |
Tipo: | Tesi di Laurea Magistrale |
Anno: | 2013-14 |
Università: | Università degli studi di Genova |
Facoltà: | Scienze della Formazione |
Corso: | Scienze della Formazione Primaria |
Relatore: | Nicole Bosisio |
Lingua: | Italiano |
Num. pagine: | 104 |
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