La perizia psichiatrica nell'autore di femminicidio
Ciò che uccide non è amore
Quello che normalmente viene visto in termini possessivi, non ha niente a che fare con l'amore, arrivare a capire il perché l'uomo, che dice di amare la propria donna arriva al punto di ucciderla è un sistema alquanto complesso, normalmente inserito con l'etichetta di delitto passionale o affettivo, dietro questa forma di delitto si nasconde un affettività maligna e possessiva nei confronti dell'altro, caratterizzata dalla distorsione della realtà, tanto da considerare l'altro come un “oggetto”, ciò che sta alla base di questi uomini è la fragilità, la frustrazione, l'immaturità e la dipendenza; nella maggior parte dei casi sono uomini che scaricano i loro problemi esistenziali all'interno della coppia, ciò che li tiene in vita è il controllo, che hanno sulla partner, per questo motivo viene considerato inaccettabile un presunto o reale abbandono, in molti casi si tratta di un soggetto con disturbo borderline di personalità, caratterizzato da manipolazione e ambivalenza affettiva, la loro autostima aumenta in direzione all'annientamento dell'autostima della vittima-partner.
Dalle frasi umilianti si passa a rompere gli oggetti, sbattere le porte, tirargli i capelli, pugni, calci, questo tipo di violenza non lasciando segni è la più difficile da denunciare perché non riporta dati evidenti.
Lo stereotipo culturale descrive questi uomini come coloro che sono affetti da una patologia mentale, tossicodipendenti, alcolisti.
Studi recenti hanno invece dimostrato che sono uomini normali, appartenenti a qualsiasi area geografica, e a qualsiasi età, e con gli altri sono abbastanza generosi e tranquilli, e non hanno subito abusi o violenze in famiglia, il motivo che li spinge a tale brutalità è il controllo totale, come spiega Ruben De Luca:
“Questo processo di oggettificazione della donna è facilmente riscontrabile nei comportamenti di controllo ossessivo messi in atto dall'uomo e comprendenti atteggiamenti che impediscono alla partner di dedicarsi ad attività extradomestiche, di uscire con gli amici di lavorare, di spendere soldi autonomamente”.
Ci sono evidenti differenza tra coloro che vogliono cancellare la vittima quindi la uccidono perché la vedono come colei che compromette la loro vita, e coloro che invece uccidono per rabbia e gelosia, da quest'ultimo aspetto abbiamo spesso casi di omicidi-suicidi, mentre nel primo caso è improbabile che l'uomo si tolga la vita anzi fa in modo di depistare le indagini, in modo tale da far credere agli inquirenti che si tratta di una scomparsa, infatti si dimostrano del tutto distaccati e freddi alla vicenda come se non avessero commesso nessun crimine, l'unica emozione che fanno trapelare è l'autocompiacimento, per il fatto di essere al centro dell'attenzione, sono dei narcisisti, non si sentono colpevoli per ciò che hanno fatto, convinti di non aver fatto nulla di sbagliato, anzi vedono loro stessi come delle vittime, con troppa frequenza si pensa spesso a delitti d'impeto ma non è così, perché nella maggior parte dei casi, nascondono il fatto, l'omicidio viene premeditato e si camuffa anche la scena del crimine, effettuando il così detto “staging”, le forze dell'ordine pensando a un suicidio non fanno gli opportuni accertamenti del fatto, ma le prime ore dall'accaduto l'omicida può trovarsi in una fase ancora del tutto fragile, e questo è veramente prezioso per trovare la soluzione del crimine. [...]
Questo brano è tratto dalla tesi:
La perizia psichiatrica nell'autore di femminicidio
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Informazioni tesi
Autore: | Katia Alario |
Tipo: | Tesi di Laurea Magistrale |
Anno: | 2013-14 |
Università: | Università degli Studi di Catania |
Facoltà: | Psicologia |
Corso: | Psicologia |
Relatore: | Eugenio Aguglia |
Lingua: | Italiano |
Num. pagine: | 81 |
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